domenica 29 aprile 2012

Per M.N. Due albi illustrati per l’intercultura



Vista la condivisa passione per gli albi illustrati, segnalo gli ultimi due che ho avuto modo di leggere/vedere e che sono accomunati dal fatto di poter essere usati per un percorso dedicato all’intercultura. Il primo – che, a mia vergogna, ho letto solo ora, è piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni (Babalibri, Milano 2011, ma l’originale è del 1959): una metafora visiva (per quanto sia presente il testo scritto, le immagini non hanno una funzione didascalica…) su come l’entrare in relazione crei qualcosa di nuovo e modifichi l’identità di chi si incontra. Il secondo, L’approdo di Shaun Tan (Elliot, Roma 2011), è il migliore esempio che mi sia capitato di incontrare di come sia possibile narrare, esprimendo in maniera assolutamente dettagliata una lunga serie di emozioni e di  situazioni, utilizzando solo ed esclusivamente immagini. La storia, dall’esito felice, è quella di un migrante che, alla fine, si ricongiunge alla sua famiglia.       

martedì 10 aprile 2012

Per F.C. Ad occhi aperti

Gentile F.C. , pensando alla sua tesi sul libro pop-up, ho avuto modo di leggere un volume che credo possa essere anche per lei interessante: Hamelin, Ad occhi aperti. Leggere l’albo illustrato, Donzelli, Roma 2012. Si tratta di una raccolta di saggi di più autori (Hamelin è il nome dell’associazione culturale cha ha promosso la pubblicazione). Le segnalo i passaggi che credo essere più significativi per il suo lavoro.

1. Diversità tra la visione adulta e quella infantile in relazione alle immagini e ai testi. Per l’adulto “i contenuti vengono spesso associati alla sfera del testo, mentre tutto ciò che è forma, immagine, viene ascritto, secondo una gerarchia discendente, a un ambito più “frivolo”, quello dell’esperienza estetica” (Ilaria Tontardini, Meccaniche celesti: come funziona un albo illustrato, p. 24). Dall’ altro lato, “i bambini conoscono la forma e il senso delle cose come un’unica informazione indistinta” (ibidem). L’osservazione potrebbe essere ripresa in relazione al rapporto testo/immagine nel libro pop-up.

2. Criteri di analisi. Sempre nel saggio della Tontardini: si propone una interessante scansione in relazione all’analisi/fruizione dell’albo illustrato: prendere e toccare, sfogliare, guardare e (è) leggere, raccontare/raccontarsi. In qualche modo può essere applicata anche ai libri pop-up?

3. Ancora sul rapporto tra immagini e testo. Due fondamentali tendenze. La prima: ”comprendere le immagini che accompagnano le parole allo scopo di rendere visibile, ovvero sensorialmente esperibile, quanto evocato dalle parole” (Martino Negri, Parole e figure: i binari dell’immaginazione, p. 61). La seconda: “le immagini sono portatrici di informazione ulteriori rispetto a quelle presenti nel testo verbale” (ibidem). Di nuovo: come queste considerazioni possono essere riprese in relazione al libro pop-up?

4 Komagata. Sul bellissimo libro pop up di Komagata, Little tree, le segnalo le osservazioni di Roberta Colombo, Sulla natura, pp. 228-230.

Buona lettura e buon lavoro!

venerdì 6 aprile 2012

Esicasmo

“La parola “esicasmo” deriva dal termine greco “esychìa”, che letteralmente significa riposo, pace spirituale, quiete inferiore. Il verbo “hesychàzo” si riferisce ad un monaco che vive in solitudine e in silenzio, che conduce una vita centrata sulla preghiera, sulla sobrietà e sull’attenzione interiore. L’ideale dei padri esicasti viene programmaticamente delineato dal motto di Abba Arsenio: “Fuge, tace, quiesce!”. Seguendo le esortazioni di S. Paolo ai primi cristiani di “vivere in pace” […], di “condurre vita pacifica” […], gli esicasti intendevano condurre una vita separata dal mondo coltivando il silenzio e la pace dell’anima” (Alberto Temporelli, L’esperienza mistica e ascetica di Evagrio Pontico e la sua influenza sull’esicasmo, in "Hermeneutica", vol. 8, 1989, p. 341).

Certi modi di vivere, per quanto abbiano non solo un certo fascino ma anche un profondo significato, non credo possano essere attuati da tutti o per tutta la vita. Se però penso a tanti iperattivi inconcludenti, a certi campioni della chiacchiera fine a se stessa, a chi cerca costantemente di mettere il cappello sul lavoro degli altri, a coloro che hanno narcisismi formato extralarge, a quei bei personaggi che non sapendo fare amano “coordinare” chi invece ha effettivamente le competenze, a chi ha smanie di potere e di controllo, la mia simpatia per gli esicasti cresce… L’invito a vivere in pace va fatto in primo luogo a se stessi, ma, detto con grande affetto, penso che ne abbiano bisogno anche altri…

domenica 25 marzo 2012

Lettura come empatia

“Le letture migliori me le facevo in treno, nell’anonimato di sguardi indifferenti, nonostante l’incalzare dei cellulari e di voci troppo alte, e se qualche volta mi lasciavo andare a una chiacchiera o solo m’incantavo a guardare dal finestrino, le parole del libro prendevano forma davanti ai miei occhi, richiedendo tutta la mia attenzione. Leggere è forse questo, penetrare nel mondo dell’altro e starci come a casa propria, se leggere era questo, il leggere mi aveva condotto in luoghi sconosciuti” (Anna D’Elia, Nello specchio dell’arte. Figure autobiografiche, Meltemi, Roma 2004, p. 89).

Viaggiando (e leggendo) in treno questa idea della lettura che mette insieme viaggio (reale e metaforico), empatia e lettura mi intriga…

lunedì 12 marzo 2012

Per i docenti del corso su sistema scolastico (Vasto 13 marzo 2012)

Per i docenti del corso sul sistema scolastico (Vasto 13 marzo 2011)


Spero che quando leggerete questo post sia già stato tutto spiegato. Comunque ricordo la proposta laboratoriale per questo incontro. L'invito consiste in primo luogo nel raccontare le vostre pratiche d'uso di internet utilizzando la scala Forrester. In quale livello vi collocate? Secondo invito: come utilizzate le tecnologie digitali all'interno delle vostre pratiche di insegnamento? Terzo ed ultimo invito: come vorreste utilizzarle?

Buona scrittura!

A. la scala Forrester

1. Creatori quelli che pubblicano on line creando blog, pagine web...

2. Partecipanti critici che commentano e discutono on line

3. Partecipanti collezionisti che collezionano contenuti di vario genere

4. Partecipanti che usano social network (es: facebook)

5. Lettori simpatizzanti che leggono, sentono e visionano contenuti on line

6. Inattivi

B. Come usate le risorse digitali nelle vostre pratiche di insegnamento?

C. Come vorreste usarle?

lunedì 27 febbraio 2012

Per chi insegna (e per chi fa ricerca su come insegnare meglio)

“Sotto il profilo del “fare”, non c’è altri che possa sapere – più e meglio degli insegnanti – che cosa sia l’insegnamento. Siamo tuttavia di fronte ad un’affermazione, più che controversa, contraddetta dalla ricerca educativa, la quale – da sempre – ha guardato gli insegnanti in veste di “destinatari”. Peraltro, destinatari riottosi e recalcitranti, in larga misura dediti a rifiutare gli inviti a rinnovarsi rivolti loro, insistentemente, dai pedagogisti” (pp. 42-43). La prospettiva è quella di “legittimare la validità epistemologica del fare come forma di conoscenza, con sue proprietà, distinte ed originarie, ovvero né “applicate” né discendenti dalla “conoscenza teorica” (p. 43). Una risposta arriva da Piaget: “la conoscenza si produce mediante l’azione e all’origine della conoscenza c’è l’azione” (p. 48).

Elio Damiano, Factum et Verum convertuntur. Gli insegnanti come fonti della ricerca didattica, in "Education Sciences & Society", vol. 1, n. 1, pp. 41-51.

domenica 19 febbraio 2012

Usi ludici delle tecnologie

“Qualsiasi tipo di attività ludica, quella del bambino così come quella dell’adulto, consiste nell’investire un oggetto o una situazione di proprietà diverse da quelle che quell’oggetto o quella situazione hanno normalmente” Alberto Munari in Beba Restelli, Silvana Sperati, A che gioco giochiamo?, Corraini, Mantova 2008, p. 39.

“l’attività ludica […] serve anche per liberare la fantasia ed immaginare mondi diversi dal nostro, dove le ansie e i timori che la vita quotidiana può suscitare, soprattutto nel bambino, possono esprimersi, essere pensate e verbalizzate, senza le conseguenze anche gravi che potrebbero invece avere la loro esplicitazione nella vita “reale”” Alberto Munari in Beba Restelli, Silvana Sperati, A che gioco giochiamo?, Corraini, Mantova 2008, pp. 41-42.

Ho avuto pochi mesi fa il piacere di sentire Beba Restelli, l’allieva di Bruno Munari continuatrice del suo metodo laboratoriale, e sto ripensando alla risposta che mi ha dato. Avevo chiesto cosa avrebbe fatto Bruno Munari se avesse avuto dovuto proporre l’uso dei computer nei suoi laboratori. Visto quanto realizzato con i prelibri che in qualche modo preparano all’uso della “tecnologia” del libro, cosa si sarebbe potuto proporre in relazione al computer? La risposta è stata interessante: Munari non avrebbe avuto preclusioni nei confronti delle tecnologie digitali. La questione non sarebbe contrapporre realtà/virtualità, ma un uso creativo delle tecnologie, che si non si adegui alla finalità intrinseche ed ovvie dello strumento. Ha portato l’esempio dell’uso della fotocopiatrice: come tecnologia ha la finalità di riprodurre copie identiche all’originale. L’uso che ne ha fatto Munari va volutamente contro tale finalità sovvertendola alla radice: usare la fotocopiatrice per realizzare immagini originali (Bruno Munari, Codice ovvio, Einaudi, Torino 1971, pp. 105-108). L’osservazione è interessante e piuttosto che svilupparla nella direzione di un preoccupato esame dei rischi della confusione tra realtà e simulazione (il gioco di per sé crea luoghi e tempi – mondi – non veri…) varrebbe la pena ragionare sui possibili nuovi spazi che si aprono e su come riconoscerli e gestirli. Non c’è solo il videogioco ma anche un uso ludico di tecnologie e strumenti digitali poco esplorato…