domenica 17 febbraio 2013

Fotografare secondo Giacomelli

Mario Giacomelli è un fotografo sin troppo noto per dover essere presentato. Me lo ricordo a Senigallia con una gran massa di cappelli bianchi nella tipografia. Ho ritrovato una sua frase in cui mette in parallelo scrittura e fotografia: un bel suggerimento per chi insegna...

"In fondo, fotografare è come scrivere: il paesaggio è pieno di segni, di simboli, di ferite, di cose nascoste. E' un linguaggio sconosciuto che si comincia a leggere, a conoscere nel momento in cui si comincia ad amarlo, a fotografarlo. Così il segno viene ad essere voce: chiarisce  a me certe cose, per altri invece rimane una macchia"
(Mario Giacomelli, Storie di terra, CittàStudi, Milano 1992, p. 68)  

domenica 10 febbraio 2013

Gioco e intercultura


Sto raccogliendo tutto quanto ho letto su gioco e intercultura… ho riletto velocemente il libro di Davide Zoletto, Il gioco duro dell’integrazione. L’intercultura sui campi da gioco, Cortina, Milano 2010.
Interessante la tesi: il gioco, in particolare quello sportivo, può essere ambivalente. Può servire tanto a rafforzare identità nazionali o approcci solo multiculturali o a promuovere aperture interculturali: «Giochi e sport sono spesso serviti […] per veicolare i valori, i comportamenti e le abitudini dei gruppi sociali e culturali più forti in un dato contesto. Sono serviti a cementare appartenenze culturali e nazionali, volte anche appartenenze rigide. L’ipotesi del libro è che oggi possano invece aiutarci a sfumare  certi confini culturali che percepiamo come troppo netti, a evidenziare i cambiamenti in atto nelle nostre culture di ogni giorno, a costruire spazi condivisi dove sia possibile sentire esperienze comuni, al di là delle diverse provenienze e dei pregiudizi reciproci» (p. 10). Lo scarto tra multiculturalità e interculturalità dal punto di vista dei giochi è netta: «A un multiculturalismo dei giochi potremmo provare a sostituire un’intercultura che parta dai giochi. Il multiculturalismo dei giochi cerca di estrapolare dai giochi intesi come strutture di regole rigide una serie di caratteristiche culturali altrettanto rigide. Un’intercultura  che parte dai giochi guarda invece ai giochi come a strutture che vengono giocate in contesti storici e sociali sempre diversi da individui e gruppi che hanno vissuti culturali altrettanto diversi e personali» (p. 67- 68). Il punto è partire dalle persone non dalle culture: “non sono le culture che giocano a cricket: sono le persone” (p. 70) anche perché giustamente “i valori non possono essere inculcati a parole. Possono essere accettati o rifiutati solo se vengono testimoniati, sperimentati quotidianamente” (p. 140).