martedì 31 maggio 2011

Blog didattici in Molise

L'uso didattico del blog è un tema che mi interessa molto. Avevo già segnalato, per quanto riguarda il Molise, i blog aperti in occasione del progetto Classi 2.0 (http://unanotaasettimana.blogspot.com/2010/06/clssi-20-e-blog-in-molise.html). Ho avuto modo di conoscere altri docenti che, sempre in Molise, stanno utilizzando il blog come strumento didattico.
La prima segnalazione da fare è quella del blog di Elvio Petrecca, Ausilblog. Il blog di chi pensa che diverso non significa inferiore, tutto dedicato al rapporto tra disabilità e nuove tecnologie (lo ringrazio tra l'altro per aver segnalato, con tanto di manifesto e foto, il convegno sul tema della disabilità promosso dall'Ufficio Scolastico regionale per il Molise e dall'Università del Molise). L'indirizzo del blog è il seguente: http://ausilblog.blogspot.com/.
La seconda segnalazione è per due blog di Chiara Sbarbada, Termini international e Termoli speacks english! From Scuola Media “Brigida” to the world!, utilizzati per l'insegnamento della lingua inglese nella logica del Class portal, per utilizzare la classificazione proposta da Richardson. Soprattutto il secondo, grazie al fatto di essere da più tempo utilizzato, è ricco di risorse e proposte (da segnalare anche l'adesione ad una esperienza molto interessante come La scuola che funziona). Ecco gli indirizzi: http://termolinternational.blogspot.com/ e
http://termolispeaksenglish.blogspot.com/
Tutti i miei complimenti ed i migliori auguri perchè possano essere esperienze durature ed efficaci!

lunedì 23 maggio 2011

Gianfranco Staccioli/Ludobiografia seconda parte

Gianfranco Staccioli, Ludobiografia: raccontare e raccontarsi con il gioco, Carocci, Roma 2010

Appunti di lettura – seconda parte: i giochi

Offrire un quadro dei tanti ed interessanti giochi proposti è decisamente un compito arduo. Segnalo, sulla base di una griglia personale, quelli che potrebbero essere sviluppati in una dimensione digitale.

1. giochi con le parole
L’idea di fondo è data dal fatto che giocare con il nome costituisca un tratto proprio della ludobiografia. Sono proposti Gli acrostici (tautogrammato, economico, dei sogni, delle vacanze) (pp. 44-45), I logogrifi (pp.46-47), Nomi in rima (p. 47), A bigliettini (pp. 47). Fortissimo è ovviamente il legame con i giochi di parole in generale (altri spunti possono venire dai Draghi Locopei della Zamponi, che propone giochi usando nome e cognome). La dimensione narrativa e autobiografica è del tutto embrionale: ho avuto però esperienza di come l’anagramma del proprio nome e cognome possa diventare una descrizione di sé. L’utilizzo di un blog può essere uno strumento efficace per pubblicare e condividere i lavori.

2. giochi con gli oggetti
Che cosa porto con me (p. 69): il gioco riprende la classica domanda su cosa porteresti su un’isola deserta. Interessante la proposta di gestirlo in gruppi e dando un limite agli oggetti. Potrebbe essere usato con la variante cosa portare in classe, o cosa portare in università.

3. giochi con le immagini
In relazione alle immagini sono rilevanti le premesse teoriche presentate: a) le immagini che ci ritraggono sono sempre in qualche modo ambigue, incomplete "non siamo noi, siamo qualcosa di noi" (p. 91), “L’immagine della realtà non corrisponde alla realtà” (p. 92) (interessanti le note sul rapporto tra fotografia e identità); b) “Chi fa un ritratto, e ancor più chi si fa un autoritratto, costruisce un dialogo fra sé e l’immagine” (p. 92) (potrebbero essere riprese alcune osservazioni di Saramago); c. la dimensione ludica: “Il gioco e il divertimento che si possono provare nel rappresentare con le immagini […] non sono in contrasto con l’esigenza di “dare forma” a ciò che si vien facendo” (p. 93).
Il gioco Le cornici (p. 74) parte dall’idea che “vedere è scegliere, vedere è scartare, vedere è selezionare, vedere è interpretare” (p. 72) e consiste nell’uso di una cornice in cartone per delimitare parte di ciò che vediamo. Potrebbe essere trasposto al digitale utilizzando il comando area di Flickr. La dimensione narrativa, solo in nuce se limitata all’individuazione di un titolo e di una didascalia, potrebbe essere implementata riprendendo il suggerimento di Munari in Codice Ovvio.

4. giochi narrativi con le immagini
Se-dici carte (p. 50): bel gioco sia perché le immagini/carte sono realizzate dai giocatori sia perché la dimensione narrativa è ben espressa. Mi ricorda il Calvino de Il castello dei destini incrociati.
Le colonne percettive di Daniela Orbetti (pp.106-107): anche questo è un bel gioco, decisamente più creativo implicando la realizzazione di disegni che rappresentino una emozione/evento.
In entrambi i casi si potrebbe pensare ad un trasposizione con Flickr.
Autoritratti (p. 100): alla luce dell’osservazione che più una fedele riproduzione l’autoritratto è una interpretazione - legata anche alla dimensione creativa e artistica - vengono proposte una serie di tecniche con cui realizzare un autoritratto. La dimensione digitale potrebbe essere aggiunta dalla creazione di un avatar utilizzando gli appositi siti on line e proponendone l’uso all’interno di social network.

5. giochi narrativi con i suoni
Un suono in testa (p. 82): idea interessante. Scegliere un suono, riprodurlo, farlo indovinare, spiegare la scelta… Ho in mente la trasposizione digitale utilizzando i sound effects disponibili gratuitamente on line.

6. giochi narrativi di tipo empatico (prospettiva interculturale)
Un aspetto/uso che andrebbe valorizzato nelle proposte di Staccioli è quello legato alla dimensione empatica/interculturale. Interessante Come se… , che consiste nel raccontare [scrivendo] un’esperienza personale abbandonando il proprio punto di vista mettendosi nella testa e negli occhi altrui: “L’evento viene narrato con gli occhi di un altro o con gli occhi dell’oggetto che è protagonista del racconto ” (p. 61). L’esempio presentato è relativo alla visita da parte di bambini di una fattoria: un uso in contesto adulto sarebbe da provare.

7. giochi narrativi di tipo empatico basati sulle immagini (prospettiva interculturale)
Le proposte più convincenti mi sembrano quelle che legano narrazione, immagine ed interculturalità. Primo gioco da segnalare è Foto e narrazioni (p. 113-114), che utilizza fotografie, possibilmente primi piani, per realizzare narrazioni: “L’elemento importante è che questa scrittura dovrà essere fatta “come se” il personaggio ritratto parlasse in prima persona” (pp. 113-114). Molto simile Primi piani (p. 97). Anche Storie in cartolina (pp.114-115) segue il medesimo criterio sostituendo alle fotografie delle cartoline: “Raccontare una cartolina non è solo descrivere ciò che si vede, ma è, allo stesso tempo, entrare dalla finestra del tempo e mescolarsi con la gente di allora, prendendo parte ai movimenti vitali che attraversavano quelle persone che sono presenti nell’immagine” (p. 114). Molto simile Carto-linee (p. 96). La dimensione empatica/interculturale potrebbe essere accresciuta utilizzando foto/cartoline di altre epoche e culture: potrebbe essere proficuo per lavorare sugli stereotipi (sto pensando alle tante foto “coloniali” del regime fascista). Il tutto potrebbe essere riproposto su base digitale.

domenica 22 maggio 2011

Gianfranco Staccioli/Ludobiografia prima parte

Gianfranco Staccioli, Ludobiografia: raccontare e raccontarsi con il gioco, Carocci, Roma 2010

Appunti di lettura – prima parte: la cornice teorica



Definizione di ludobiografia: “narrazione di sé attraverso molteplici strumenti ludici” (p. 9), “Ludobiografia è la scrittura (nelle sue varie forme) attuata in forma di gioco o rivolta a gioco e al giocare” (p. 10).
Va segnalato lo scarto tra gioco e ludicità. Dopo aver mostrato le ambiguità dell’idea di gioco, Staccioli osserva che: “il termine ludico ha anch’esso diverse ambiguità, ma perlomeno non si identifica con una cosa ambigua come il termine gioco o con un determinato gioco, o con un preciso regolamento di una partita. Ludico è un atteggiamento di disponibilità, è casomai più vicino a termini come “giocare”, “entrare in gioco”, “mettersi in gioco”. È più play che game” (p. 36). In tal senso è perfettamente coerente, facendo riferimento a Bruner, il parallelo tra il giocare e il vagabondare (p. 36).
Importanza attribuita alla relazione: “Ciò che può frenare il narrare e il narrarsi è la relazione. Si può raccontare quando si sa di essere accolti” (p. 10-11). Si potrebbe istituire un parallelo con le comunità di racconto di Jedlowsky.
Interessante il commento a la Galleria di stampe di Escher (p. 15) per sottolineare la sovrapposizione dei ruoli di osservatore ed osservato.
Il disegno infantile è di per sé una narrazione autobiografica (p. 17).
La ludobiografia come apertura e coinvolgimento: “La memoria ludobiografica è anche un atto di comunicazione, comunicazione con sé stessi e comunicazione con altri. In questo senso ciò che diventa importante non è comunicare “il certo” (anche se è giusto sforzarsi per farlo), quanto la nostra voglia di elaborare, di rappresentare un’opera aperta, incompleta, orientata verso ulteriori approfondimenti e visioni , curiosamente stimolante per noi e gli altri” (p. 25).
Articolazione basata sugli strumenti utilizzati : 1. grafie del nome: giocare con i nomi propri o altrui; 2. grafie nelle cose: si usano oggetti per stimolare ricordi ed emozioni; 3. grafie dentro di noi; 4. grafie delle immagini; 5. grafie del corpo (p. 41).


Una nota sulle conclusioni. Una esigenza indubbiamente condivisibile viene contrapposta alla dimensione digitale: “le relazioni fra le persone sono oggi quantitativamente enormi. Per “parlare” con altri basta chattare o conoscere certi programmi che utilizzano Internet. […] Eppure tutti siamo più soli. La dimensione delle relazioni globali passa attraverso l’individuo, non attraverso il gruppo reale, lo scambio tra pochi che possono guardarsi negli occhi […] Il bisogno di ritrovare una bolla protettiva, un luogo (seppur transitorio) di pausa, uno spazio dove la competizione non ha più senso, un paese dove si può ridere, soffrire, scherzare o commuoversi senza paura di giudizi, questo bisogno non è scomparso . L’esigenza profonda di stare con sé stessi e con altri in maniera “umana” rimane in ciascuno di noi” (pp. 138-139). L’ipotesi su cui lavorare è quella di una complementarietà reale/virtuale, dove le relazioni virtuali consolidano le reali.

domenica 15 maggio 2011

Munari, Belgrano e l'uso di immagini per raccontare

Per M.F.

Sempre pensando al suo lavoro di tesi, le segnalo il gioco di Giovanni Belgrano e Bruno Munari, PIU' E MENO, (Corraini editore, Mantova, 1970-2008). Bruno Munari è un personaggio troppo noto per essere presentato e Belgrano, da quanto so, ha lavorato a lungo nella scuola.

Il gioco o costruito da una serie di carte rettangolari (72 per la precisione), sovrapponibili grazie al fatto che la maggior parte (48) sono immagini su fondo trasparente. Questo rende possibile comporre le immagini tra di loro.

Interessanti le indicazioni d'uso che non vanno solamente verso un generico supporto alla creatività, ma in una direzione narrativa. Nel depliant allegato si afferma: "Si può giocare in gruppo raccontando insieme: distribuire le carte ai bambini; il capogioco inizia con una prima sovrapposizione di due carte e ne spiega il significato; gli altri bambini a turno aggiungono le loro carte, continuando la descrizione delle immagini che mutano. Consegnare ai bambini un numero limitato di carte. Vince chi riesce a trovare il maggior numero possibile di associazioni d'immagini".

Ecco un esempio:


Il gioco è consigliato per la fascia d'età che va dai 3 agli 8 anni.

Di nuovo, come per il libro di Mari, mi chiedo come effettivamente possa essere giocato in classe. Mi lascia perplesso il criterio per stabilire un vincitore (credo sia possibile solo in un contesto con pochi bimbi molto coinvolti). Convincente il suggerimento di utilizzare le carte a gruppi (non certo scelte a caso, ma quelle logicamente sovrapponibili). Anche qui però faccio fatica vederlo come gioco destinato all'intero gruppo classe: molto meglio un piccolo gruppo. Dal punto di vista del design - e non potrebbe essere altrimenti, vista la genialità di Munari - è comunque un oggetto splendido: sarebbe bello pensarne una versione digitale... sul sito della Corraini un gioco per il digital storytelling con alcune delle schede di Munari e Belgrano sarebbe anche un'ottima pubblicità...

mercoledì 4 maggio 2011

Sulle tesi di laurea 2

Per le studentesse e gli studenti di cui sono relatore



Inserisco, provando a sintetizzarle, le indicazioni che abitualmente fornisco:
1. Concordato l’ambito di lavoro, si tratta di a) individuare un titolo provvisorio, b) realizzare una bozza di quella che diventerà, adeguatamente rivista, l’introduzione in cui viene presentata l’idea progettuale, c) realizzare un indice provvisorio con i titoli dei capitoli, d) stendere una bibliografia con i primi titoli letti o da leggere.
2. Solo dopo questa piccola produzione è possibile individuare il titolo definitivo da depositare in segreteria.
3. Il passo successivo consiste in ulteriori letture e nell’iniziare a stendere un primo capitolo.
4. Su come citare e come realizzare la bibliografia si consiglia di fare riferimento ad un paio di libri che certamente avete studiato (vero?) come Rossi, P.G. (2005), Progettare e realizzare il portfolio, Roma, Carocci o Bruni, F. (2009), Blog e didattica. Una risorsa del web 2.0 per i processi di insegnamento, Macerata, EUM.
5. Il confronto con il contesto internazionale è indispensabile: con ogni probabilità nel corso del lavoro per la tesi sarà necessario leggere articoli e testi in lingua inglese. Se, nonostante l’obbligo previsto dal corso di studi, ritiene di non essere in grado di leggere saggi in lingua inglese, la invito a trovare un altro relatore.
6. Sui testi indispensabili per la stesura della tesi: una delle principali abilità nella vita consiste nell’essere autonomi nel reperire quanto serve. Non è mia abitudine prestare libri (lei mi scuserà, ma ne ho persi troppi…): esistono molte biblioteche e sarà mia cura aiutarla a cercare quella giusta. Mi permetta di farle presente che forse qualche opera merita anche di essere acquistata…
7. Troppo spesso le tesi consistono nella sintesi di una serie di letture: affiancare, magari utilizzando intelligentemente il tirocinio, una parte empirica (da un’indagine in una classe alla sperimentazione di strumenti didattici di vario genere) è una prospettiva che le suggerisco di tener presente sin dall’inizio.
8. Quando un capitolo è pronto va consegnato in copia cartacea (la prego cortesemente di non inviarmi allegati via mail: purtroppo per me le migliori ore di lettura sono quelle in treno) in orario di ricevimento e presentato illustrando quali sono stati i testi letti e come sono stati utilizzati. La prego di accompagnare sempre il capitolo con una copia dell’indice e della bibliografia (Le faccio presente sin da ora che tutti i testi citati nella tesi devono essere presenti in bibliografia, e che tutti i testi elencati in bibliografia devono essere utilizzati nei vari capitoli della tesi).
9. Nel momento in cui mi consegna il capitolo sono solito indicare la data in cui lo restituirò letto e annotato (se mi dimenticassi di indicarle la data, me la chieda!).
10. La prego cortesemente di evitare la presentazione dell’intero lavoro di tesi (a meno che non si tratti della lettura finale dell’intero lavoro), o di parti di capitolo.
11. Di capitolo in capitolo si procede fino alla consegna dell’intera tesi per un'ultima lettura complessiva. La prego di consegnare il materiale per l’ultima lettura almeno 15 giorni prima della scadenza della consegna del cd rom in cui deve essere presente la versione definitiva della tesi (apporrò le firme sul cd solo a patto che questa indicazione sia rispettata).

Sulle tesi di laurea 1

Per le studentesse e gli studenti che vorrebbero chiedermi la tesi




Ho seguito e sto seguendo molte tesi, sarei tentato di dire troppe, dal momento che vorrei seguirle con attenzione e cura maggiore di quanto mi riesca. Viste le esperienze accumulate in questi anni, piuttosto che ripetere in modo frammentario ed incompleto quanto mi capita di dire a chi bussa alla porta del mio studio, provo a scrivere tutto in un paio di post. Procedo per punti: a costo di essere schematico vorrei evitare qualsiasi fraintendimento…
1. Il primo e fondamentale punto consiste nella lettura di un brevissimo scritto di Italo Mancini, intitolato Lettera a un laureando disponibile on line all’indirizzo http://www.uniurb.it/scirel/biblioteca/guida.pdf.
2. La lettura del breve testo di Italo Mancini non serve tanto a dare indicazioni tecniche su come realizzare una tesi di laurea (il modo di realizzare citazioni e bibliografie è cambiato…), quanto a suggerire, sia pure con un linguaggio che le potrà sembrare desueto, il senso della realizzazione di una tesi. Per quanto possa apparire banale o retorico la realizzazione di una tesi è un lavoro impegnativo che la vede come protagonista di un percorso che non consiste nel semplice riassunto di qualche testo frettolosamente letto e parafrasato.
3. La realizzazione di una tesi implica quindi l’individuazione di un ambito di lavoro, di un problema su cui raccogliere dati che sono da rielaborare. Le chiedo un atteggiamento attivo e partecipe: mi rendo conto che tale prospettiva possa non entusiasmare chi vede il lavoro della tesi come l’ultimo ostacolo burocratico di un percorso percepito in maniera riduttiva senza comprendere che la professionalità di chi insegna richiede visioni e strumentazioni adeguate.
4. Chiedere la tesi ad un docente implica averlo scelto e questo dovrebbe presupporre aver frequentato i suoi corsi, aver partecipato attivamente alle sue lezioni, aver posto questioni e discusso sui temi della sue discipline. Detto altrimenti ed in modo più crudo: eviti di chiedere di essere seguita per la realizzazione della tesi inviando una mail (le posso assicurare che mi è successo) o di fermare i docenti nei corridoi per la medesima richiesta (le posso assicurare che mi è successo anche questo…). Esistono gli orari di ricevimento…. Li usi!
5. Un ulteriore consiglio: è meglio che eviti di presentarsi usando espressioni del tipo “mi devo laureare tra 6 mesi”. Espressioni del genere mostrano una scarsa capacità di organizzare i propri impegni e fanno nascere una serie di dubbi facilmente intuibili. La laurea verrà dopo aver realizzato un lavoro che soddisfi, in maniera almeno minima, una serie di requisiti.
6. Ultimo consiglio (per questo post): si presenti con delle proposte di lavoro. Lei sarà l’autore/l’autrice della tesi, come può lavorare su un tema che non la interessa, che non la coinvolge e che non ha ricadute sulle sue future pratiche professionali?