Leggevo qualche giorno fa uno scritto di Pier Cesare Rivoltella
sulle diverse tipologie di immagini utilizzate per realizzare il profilo in
Facebook. Nella scelta dell’immagine che ci rappresenta due sono le possibili
contrapposte strategie: la prima è la “identity performance, che colloca
l’autore al centro della pagina e insiste sui contenuti della pagina stessa
come legati all’esperienza e alle competenze dell’autore”: prevale la logica di
riconoscibilità e visibilità. La seconda
è la “identity erasure, che gioca invece sul mascheramento,
sull’identificazione del proprio volto attraverso la sua sostituzione o
negazione“(Pier Cesare Rivoltella, Il volto “sociale” di Facebook.
Rappresentazione e costruzione identitaria nella società estroflessa, in Vinci
D. (a cura), Il volto nel pensiero contemporaneo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2010, p. 514, reperibile on line
all’indirizzo http://it.scribd.com/doc/87546192/Il-volto-sociale-di-Facebook).
Nel caso della prima strategia si tratta comunque di un ritratto e di un
ritratto realizzato con una macchina fotografica digitale. Questo apre
ulteriori prospettive di indagine. Roland Barthes - che avrebbe apprezzato,
viste le sue affermazioni sulla Polaroid, la fotografia digitale - ricorda la
sua esperienza di soggetto fotografato: “Molto spesso però (troppo per i miei
gusti) sono stato fotografato sapendo che lo ero. Orbene, non appena io mi
sento guardato dall’obiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di «posa», mi
fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in
immagine” (Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi,
Torino 2003, p. 12). E da qui seguono le molteplici identità presenti nella
medesima immagine: “Davanti all’obiettivo, io sono contemporaneamente:
quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il
fotografo crede che io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della
sua arte” (p. 15).
domenica 12 agosto 2012
domenica 29 luglio 2012
Riletture estive: Faeti, Guardare le figure
Antonio Faeti, Guardare le figure. Gli illustratori italiani
dei libri per l’infanzia, Donzelli, Roma 2011
Una nota
Ieri è stata una giornata molto particolare, ma per
distrarmi sono riuscito a terminare la rilettura della nuova edizione del bellissimo
libro di Faeti ed ora posso mettere nella mia piccola biblioteca l’edizione
della Donzelli accanto a quella originale del 1972 realizzata dall’Einaudi. La
storia della letteratura per l’infanzia non è il mio ambito di ricerca, ma il
discorso sull’uso delle immagini ha una portata che va ben al di là di studi
storico-letterari. L’aspetto che mi ha colpito con forza è l’autonomia che il
linguaggio delle immagini può avere nei confronti del testo a cui fa
riferimento andando ben oltre una funzione didascalica: “I primi figurinai
offrono, infatti, un prodotto contradditorio, realizzano opere che sembrano
adatte a perseguire uno scopo, mentre possono ottenerne uno assai diverso.
Mazzanti, per esempio, illustra alcuni dei libri più rigidamente inseriti nell’ambito
della severa pedagogia italiana della fine del secolo, ma riesce a
contrapporre, al contenuto dei testi, una sua visione alternativa che si rifà
graficamente al deposito di simboli sui quali si basavano le stampe popolari” (p.
7 ma anche p. 27 e p. 44). Questo è un discorso interessante perché - di fronte
all’attuale pervasività delle immagini, ed è un segnale che gli studiosi di
storia della letteratura dell’infanzia si occupino di immagini – c’è stato un
periodo in cui l’immagine ed il suo uso didattico-pedagogico veniva in
definitiva osteggiata: “All’epoca di Mazzanti e Chiostri, l’illustratore del
libro per l’infanzia “fruiva” di un’emarginazione che poteva risultare benefica
e protettiva, almeno nei riguardi del suo lavoro. Le piccole immagini, non
molto frequentemente sparse tra le pagine dei volumi editi alla fine
dell’Ottocento, erano semplicemente tollerate dal pedagogico sussiego degli
autori ai testi, che temevano di vedere “abbassato” o “tradito” il tono
letterario dei loro volumi. Si pensava ancora ad un indottrinamento
dell’infanzia, condotto soprattutto in termini verbali; lo spazio visivo
concesso ai bambini era considerato quasi un dono, graziosamente elargito per
poi richiedere una più attenta lettura del libro” (p. 358). Mi chiedo ancora
oggi quanto una certa mentalità ottocentesca sospettosa nei confronti
dell’immagine sopravviva e quanto ulteriore spazio servirebbe per una
educazione all’immagine.
domenica 22 luglio 2012
Il futuro della ricerca pedagogica
Ringrazio Laura Fedeli per avermi annunciato la pubblicazione degli atti del convegno "Il futuro della ricerca pedagogica e la sua valutazione" svoltosi presso l'Università degli Studi di Macerata (AA. VV., Il futuro della ricerca pedagogica e la sua valutazione, Armando, Roma 2012, collana Quaderni della rivista Education Sciences & Society, ISBN 978-88-6677-029-9). Alcuni contributi sono disponibili on line all'indirizzo http://www.unimc.it/eduresearch/atti-convegno/. Il contributo dedicato al tema Nuove tecnologie, metodo etnografico e strategie narrative (pp. 203-212) è disponibile all'indirizzo http://www.unimc.it/eduresearch/atti-convegno/atti/BRUNI.pdf.
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lunedì 25 giugno 2012
Turkle: ambiguità della solitudine
Sherry Turkle Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre
più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Codice edizioni, Torino 2012
Appunti di lettura
La Turkle scrive, come sempre, cose interessanti e ben documentate, ma, a differenza di altre
volte, forse perché il mio punto di vista e il mio approccio alle tecnologie
sono stati, senza mio merito, più cauti e prudenti, mi trovo ad avere alcune
perplessità.
La tesi del libro è, in sintesi, molto semplice. La prima
parte è dedicata ai robot sociali e se ne critica l’uso in quanto non possono
sostituire l’autenticità delle relazioni viso a viso. La seconda esamina in
modo documentato l’uso di cellulari,
SMS, servizi di messaggistica e social network per concludere che, nuovamente,
si sta perdendo l’autenticità delle relazioni umane. Il fatto di essere sempre
connessi ci porta ad un fraintendimento dei rapporti: non vediamo l’altro in
tutta la sua ricchezza, lo riduciamo alle nostre esigenze ed in realtà ci
troviamo a vivere una solitudine intesa come isolamento. L’impressione è quella di un lavoro scritto in
reazione ad una forma di saturazione da tecnologie digitali. La saturazione da
tecnologie digitali ha offerto lo spunto per individuare una serie tratti
negativi che ha portato ad un ripensamento, sia pure parziale, rispetto a
posizioni precedentemente formulate: “Dieci anni fa sostenevo che la fluidità,
la flessibilità e la molteplicità delle nostre vite sullo schermo incoraggiassero
il genere di sé che Robert Jay Lifton definisce proteiforme. Continuo a pensare che sia una metafora utile, ma il sé
proteiforme è messo a rischio dalla persistenza delle persone e dei dati: la
sensazione di essere proteiforme si basa
su un’illusione di un futuro incerto. L’esperienza di essere al computer o al
cellulare sembra così privata che è facile dimenticarsi quale sia la condizione reale: a ogni
connessione lasciamo una traccia elettronica.
Analogamente, ho sostenuto che internet fornisca agli adolescenti degli
spazi in cui giocare con l'identità relativamente privi di conseguenze, spazi che secondo Erick Erikson i giovani devono avere. La persistenza dei dati
e delle persone mina anche questa possibilità” (p. 326).
Le osservazioni della Turkle sono, da un lato, da prendere in considerazione in
quanto evidenziano una serie di questioni aperte come la privacy, la
persistenza dei dati, la natura delle relazioni umane..., dall’altro pongono
alcune questioni.
La prima è quella della ciclicità. Sicuramente, come molto
ben mostrato recentemente da Maria Ranieri, va evitata una retorica
tecnocentrica con le connesse forme di infatuazione per mode digitali. Viene
però da chiedersi se sia possibile
sfuggire da forme marcate e ripetitive di oscillazione tra entusiasmi e
delusioni procedendo per piccoli tentativi ed errori, progressivi aggiustamenti,
intrecciando sperimentazioni e riflessioni,
uscendo così non semplicemente dalla retorica tecnocentrica ma dalla retorica in quanto
tale.
La seconda è relativa al determinismo tecnologico. Siamo
proprio sicuri che lo scadere dei rapporti umani, tanto dettagliatamente
descritto dalla Turkle, sia imputabile solo ed esclusivamente alle tecnologie
digitali? Senza cellulari e computer di nuovo gli adolescenti si ritroverebbero
a parlare nella piazza del quartiere? E nelle famiglie a cena si ritroverebbe quel
dialogo tanto auspicato? E rinascerebbe la tanto giustamente evocata attenzione
da parte dei genitori nei confronti dei loro figli? Forse un approccio ecologico,
in cui le tecnologie digitali sono solo un elemento da prendere in
considerazione, potrebbe essere più opportuno non solo per comprendere quanto
accade ma anche per pensare a nuovi percorsi.
La terza osservazione è relativa infatti alle prospettive. Sono
sicuramente interessanti e stimolanti i riferimenti a Thoreau e un Walden 2.0.
Può essere condivisibile l’osservazione secondo cui “Il mio studio sulla vita
in rete mi ha fatto riflettere a lungo sull’intimità: sullo stare con gli altri
dal vivo, sentire le loro voci e vedere i loro volti, nel tentativo di
conoscere il loro cuore. E mi ha lasciato con il pensiero della solitudine, quella
che rinfranca e ristora” (pp. 362-363). Forse tutti vorremmo, come Thoreau,
vivere un paio di anni in mezzo ai boschi camminando nella natura incontaminata. Il punto è, e la Turkle
se ne rende conto, che non si risolvono
i problemi con la nostalgia del tempo che fu. E per quanto forme individuali di
resistenza, piccoli gesti ed accorgimenti possono essere segnali importanti, la
soluzione non può essere solo quella, proposta con maestria e garbo nella conclusione
del volume, di riprendere a scrivere lettere ai propri cari lontani con carta e
penna…
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mercoledì 20 giugno 2012
Babbo Alfabeto
Una rapida visita, durante la pausa di un convegno, alla libreria Malavasi di Milano mi ha permesso di trovare una copia in ottime condizioni di Babbo Alfabeto. Alfabetario figurato a lettere mobili (l'editore sembra essere Donati, materiale didattico-scolastico, Milano, ma è stampato dalle Poligrafiche Bolis a Bergamo, senza indicazioni di data). Ciascuna lettera dell'alfabeto è stampata su un piccolo foglietto in più copie ed inserito in un taschina con un'immagine ed il relativo termine. Sul fondo una lunga tasca in cui comporre le parole. Mi chiedo se sarebbe ancora utilizzabile oggi...
domenica 10 giugno 2012
Classi 2.0/Molise/Primarie/Scuola Primaria Ciafardini di Trivento
Sto lavorando al report finale per classi 2.0 in Molise e così mi sono ritrovato a leggere gli appunti della visita alla scuola primaria Ciafardini di Trivento. Hanno scelto, per evitare il dilemma tra netbook e tablet, problema che anche altri colleghi hanno dovuto affrontare, una macchina particolare, l'acer iconia tab (questa è la foto: https://picasaweb.google.com/107275254390201224997/10Giugno201202#5752462615434659490): lo schermo può essere staccato dal corpo
macchina ed essere autonomamente utilizzato come tablet. Vedere gli studenti mentre lo utilizzavano è stato interessante: i banchi erano riuniti in isole per poter lavorare in gruppo e le insegnanti offrivano consulenza agli studenti nell'uso del software. Hanno realizzato un cruciverba utilizzando hotpotatoes coinvolgendo nella soluzione l'intera classe. Il tutto all’interno di un lavoro
sul parco nazionale d'Abruzzo, unendo in un medesimo lavoro scienze, italiano e competenze digitali. Le attività sono state documentate con un apposite pagine web (https://sites.google.com/site/clsse20trivento/)
all’interno del sito dell’istituto (http://www.circolodidatticotrivento.it/Principal/pagina_principale.htm).Ecco l'indirizzo delle foto: https://picasaweb.google.com/107275254390201224997/10Giugno201202. I più vivi complimenti alla dirigente, alle colleghe e agli studenti! Un grazie particolare per il saluto degli studenti sul tablet (https://picasaweb.google.com/107275254390201224997/10Giugno201202#5752463239667138738)!
domenica 27 maggio 2012
Un numero di Form@re sulle LIM
Corretti alcuni piccoli refusi è on line nella sua versione definitiva il numero di Form@re su "LIM: buone pratiche e valutazione". Un ringraziamento va alle autrici e agli autori: Ilaria Salvadori, Simonetta Leonardi, Elisabetta Nanni, Giacomo Guaraldi, Elisabetta Genovese. Grazie anche a Pierfranco Ravotto, a Valerio Eletti e tutta la comunità di Bricks per l'aiuto ricevuto.
Questo è l'indirizzo:
http://formare.erickson.it/wordpress/it/2012/editoriale-74/.
http://formare.erickson.it/wordpress/it/2012/editoriale-74/.
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