domenica 12 agosto 2012

Tra avatar e ritratti fotografici


Leggevo qualche giorno fa uno scritto di Pier Cesare Rivoltella sulle diverse tipologie di immagini utilizzate per realizzare il profilo in Facebook. Nella scelta dell’immagine che ci rappresenta due sono le possibili contrapposte strategie: la prima è la “identity performance, che colloca l’autore al centro della pagina e insiste sui contenuti della pagina stessa come legati all’esperienza e alle competenze dell’autore”: prevale la logica di riconoscibilità  e visibilità. La seconda è la “identity erasure, che gioca invece sul mascheramento, sull’identificazione del proprio volto attraverso la sua sostituzione o negazione“(Pier Cesare Rivoltella, Il volto “sociale” di Facebook. Rappresentazione e costruzione identitaria nella società estroflessa, in Vinci D. (a cura), Il volto nel pensiero contemporaneo,  Il pozzo di Giacobbe, Trapani  2010, p. 514, reperibile on line all’indirizzo http://it.scribd.com/doc/87546192/Il-volto-sociale-di-Facebook). Nel caso della prima strategia si tratta comunque di un ritratto e di un ritratto realizzato con una macchina fotografica digitale. Questo apre ulteriori prospettive di indagine. Roland Barthes - che avrebbe apprezzato, viste le sue affermazioni sulla Polaroid, la fotografia digitale - ricorda la sua esperienza di soggetto fotografato: “Molto spesso però (troppo per i miei gusti) sono stato fotografato sapendo che lo ero. Orbene, non appena io mi sento guardato dall’obiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di «posa», mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagine” (Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino 2003, p. 12). E da qui seguono le molteplici identità presenti nella medesima immagine: “Davanti all’obiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede che io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”  (p. 15). 

domenica 29 luglio 2012

Riletture estive: Faeti, Guardare le figure


Antonio Faeti, Guardare le figure. Gli illustratori italiani dei libri per l’infanzia, Donzelli, Roma 2011
Una nota
Ieri è stata una giornata molto particolare, ma per distrarmi sono riuscito a terminare la rilettura della nuova edizione del bellissimo libro di Faeti ed ora posso mettere nella mia piccola biblioteca l’edizione della Donzelli accanto a quella originale del 1972 realizzata dall’Einaudi. La storia della letteratura per l’infanzia non è il mio ambito di ricerca, ma il discorso sull’uso delle immagini ha una portata che va ben al di là di studi storico-letterari. L’aspetto che mi ha colpito con forza è l’autonomia che il linguaggio delle immagini può avere nei confronti del testo a cui fa riferimento andando ben oltre una funzione didascalica: “I primi figurinai offrono, infatti, un prodotto contradditorio, realizzano opere che sembrano adatte a perseguire uno scopo, mentre possono ottenerne uno assai diverso. Mazzanti, per esempio, illustra alcuni dei libri più rigidamente inseriti nell’ambito della severa pedagogia italiana della fine del secolo, ma riesce a contrapporre, al contenuto dei testi, una sua visione alternativa che si rifà graficamente al deposito di simboli sui quali si basavano le stampe popolari” (p. 7 ma anche p. 27 e p. 44). Questo è un discorso interessante perché - di fronte all’attuale pervasività delle immagini, ed è un segnale che gli studiosi di storia della letteratura dell’infanzia si occupino di immagini – c’è stato un periodo in cui l’immagine ed il suo uso didattico-pedagogico veniva in definitiva osteggiata: “All’epoca di Mazzanti e Chiostri, l’illustratore del libro per l’infanzia “fruiva” di un’emarginazione che poteva risultare benefica e protettiva, almeno nei riguardi del suo lavoro. Le piccole immagini, non molto frequentemente sparse tra le pagine dei volumi editi alla fine dell’Ottocento, erano semplicemente tollerate dal pedagogico sussiego degli autori ai testi, che temevano di vedere “abbassato” o “tradito” il tono letterario dei loro volumi. Si pensava ancora ad un indottrinamento dell’infanzia, condotto soprattutto in termini verbali; lo spazio visivo concesso ai bambini era considerato quasi un dono, graziosamente elargito per poi richiedere una più attenta lettura del libro” (p. 358). Mi chiedo ancora oggi quanto una certa mentalità ottocentesca sospettosa nei confronti dell’immagine sopravviva e quanto ulteriore spazio servirebbe per una educazione all’immagine.  

domenica 22 luglio 2012

Il futuro della ricerca pedagogica

Ringrazio Laura Fedeli per avermi annunciato la pubblicazione degli atti del convegno  "Il futuro della ricerca pedagogica e la sua valutazione" svoltosi presso l'Università degli Studi di Macerata (AA. VV., Il futuro della ricerca pedagogica e la sua valutazione, Armando, Roma 2012, collana Quaderni della rivista Education Sciences & Society, ISBN 978-88-6677-029-9). Alcuni contributi sono disponibili on line all'indirizzo http://www.unimc.it/eduresearch/atti-convegno/. Il contributo dedicato al tema Nuove tecnologie, metodo etnografico e strategie narrative (pp. 203-212) è disponibile all'indirizzo http://www.unimc.it/eduresearch/atti-convegno/atti/BRUNI.pdf.

lunedì 25 giugno 2012

Turkle: ambiguità della solitudine


Sherry Turkle Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri, Codice edizioni, Torino 2012
Appunti di lettura
La Turkle scrive, come sempre, cose interessanti  e ben documentate, ma, a differenza di altre volte, forse perché il mio punto di vista e il mio approccio alle tecnologie sono stati, senza mio merito, più cauti e prudenti, mi trovo ad avere alcune perplessità.
La tesi del libro è, in sintesi, molto semplice. La prima parte è dedicata ai robot sociali e se ne critica l’uso in quanto non possono sostituire l’autenticità delle relazioni viso a viso. La seconda esamina in modo documentato  l’uso di cellulari, SMS, servizi di messaggistica e social network per concludere che, nuovamente, si sta perdendo l’autenticità delle relazioni umane. Il fatto di essere sempre connessi ci porta ad un fraintendimento dei rapporti: non vediamo l’altro in tutta la sua ricchezza, lo riduciamo alle nostre esigenze ed in realtà ci troviamo a vivere una solitudine intesa come isolamento.  L’impressione è quella di un lavoro scritto in reazione ad una forma di saturazione da tecnologie digitali. La saturazione da tecnologie digitali ha offerto lo spunto per individuare una serie tratti negativi che ha portato ad un ripensamento, sia pure parziale, rispetto a posizioni precedentemente formulate: “Dieci anni fa sostenevo che la fluidità, la flessibilità e la molteplicità delle nostre vite sullo schermo incoraggiassero il genere di sé che Robert Jay Lifton definisce proteiforme. Continuo a pensare che sia una metafora utile, ma il sé proteiforme è messo a rischio dalla persistenza delle persone e dei dati: la sensazione  di essere proteiforme si basa su un’illusione di un futuro incerto. L’esperienza di essere al computer o al cellulare sembra così privata che è facile dimenticarsi  quale sia la condizione reale: a ogni connessione lasciamo una traccia elettronica.  Analogamente, ho sostenuto che internet fornisca agli adolescenti degli spazi in cui giocare con l'identità relativamente privi di conseguenze, spazi che secondo Erick Erikson i giovani devono avere. La persistenza dei dati e delle persone mina anche questa possibilità” (p. 326).
Le osservazioni della Turkle sono, da un lato, da prendere in considerazione in quanto evidenziano una serie di questioni aperte come la privacy, la persistenza dei dati, la natura delle relazioni umane..., dall’altro pongono alcune questioni.
La prima è quella della ciclicità. Sicuramente, come molto ben mostrato recentemente da Maria Ranieri, va evitata una retorica tecnocentrica con le connesse forme di infatuazione per mode digitali. Viene però da chiedersi  se sia possibile sfuggire da forme marcate e ripetitive di oscillazione tra entusiasmi e delusioni procedendo per piccoli tentativi ed errori, progressivi aggiustamenti, intrecciando sperimentazioni  e riflessioni, uscendo così non semplicemente dalla retorica tecnocentrica ma dalla retorica in quanto tale.
La seconda è relativa al determinismo tecnologico. Siamo proprio sicuri che lo scadere dei rapporti umani, tanto dettagliatamente descritto dalla Turkle, sia imputabile solo ed esclusivamente alle tecnologie digitali? Senza cellulari e computer di nuovo gli adolescenti si ritroverebbero a parlare nella piazza del quartiere? E  nelle famiglie a cena si ritroverebbe quel dialogo tanto auspicato? E rinascerebbe la tanto giustamente evocata attenzione da parte dei genitori nei confronti dei loro figli? Forse un approccio ecologico, in cui le tecnologie digitali sono solo un elemento da prendere in considerazione, potrebbe  essere  più opportuno non solo per comprendere quanto accade ma anche per pensare a nuovi percorsi.
La terza osservazione è relativa infatti alle prospettive. Sono sicuramente interessanti e stimolanti i riferimenti a Thoreau e un Walden 2.0. Può essere condivisibile l’osservazione secondo cui “Il mio studio sulla vita in rete mi ha fatto riflettere a lungo sull’intimità: sullo stare con gli altri dal vivo, sentire le loro voci e vedere i loro volti, nel tentativo di conoscere il loro cuore. E mi ha lasciato con il pensiero della solitudine, quella che rinfranca e ristora” (pp. 362-363). Forse tutti vorremmo, come Thoreau, vivere un paio di anni in mezzo ai boschi camminando nella natura incontaminata. Il punto è, e la Turkle se ne rende conto, che non  si risolvono i problemi con la nostalgia del tempo che fu. E per quanto forme individuali di resistenza, piccoli gesti ed accorgimenti possono essere segnali importanti, la soluzione non può essere solo quella, proposta con maestria e garbo nella conclusione del volume, di riprendere a scrivere lettere ai propri cari lontani con carta e penna…            

mercoledì 20 giugno 2012

Babbo Alfabeto

Una rapida visita, durante la pausa di un convegno, alla libreria Malavasi di Milano mi ha permesso di trovare una copia in ottime condizioni di Babbo Alfabeto. Alfabetario figurato a lettere mobili (l'editore sembra essere Donati, materiale didattico-scolastico, Milano, ma è stampato dalle Poligrafiche Bolis a Bergamo, senza indicazioni di data). Ciascuna lettera dell'alfabeto è stampata su un piccolo foglietto in più copie ed inserito in un taschina con un'immagine ed il relativo termine. Sul fondo una lunga tasca in cui comporre le parole. Mi chiedo se sarebbe ancora utilizzabile oggi...

domenica 10 giugno 2012

Classi 2.0/Molise/Primarie/Scuola Primaria Ciafardini di Trivento


Sto lavorando al report finale per classi 2.0 in Molise e così mi sono ritrovato a leggere gli appunti della visita alla scuola primaria Ciafardini di Trivento. Hanno scelto, per evitare il dilemma tra netbook e tablet, problema che anche altri colleghi hanno dovuto affrontare, una macchina particolare, l'acer iconia tab (questa è la foto: https://picasaweb.google.com/107275254390201224997/10Giugno201202#5752462615434659490):  lo schermo può essere staccato dal corpo macchina ed essere autonomamente utilizzato come tablet. Vedere gli studenti mentre lo utilizzavano è stato interessante: i banchi erano riuniti in isole per poter lavorare in gruppo e le insegnanti offrivano consulenza agli studenti nell'uso del software. Hanno realizzato un cruciverba utilizzando hotpotatoes coinvolgendo nella soluzione l'intera classe. Il tutto all’interno di un lavoro sul parco nazionale d'Abruzzo, unendo in un medesimo lavoro scienze, italiano e competenze digitali. Le attività sono state documentate con un apposite pagine web (https://sites.google.com/site/clsse20trivento/) all’interno del sito dell’istituto  (http://www.circolodidatticotrivento.it/Principal/pagina_principale.htm).Ecco l'indirizzo delle foto: https://picasaweb.google.com/107275254390201224997/10Giugno201202. I più vivi complimenti alla dirigente, alle colleghe e agli studenti! Un grazie particolare per il saluto degli studenti sul tablet (https://picasaweb.google.com/107275254390201224997/10Giugno201202#5752463239667138738)!

domenica 27 maggio 2012

Un numero di Form@re sulle LIM

Corretti alcuni piccoli refusi è on line nella sua versione definitiva il numero di Form@re su "LIM: buone pratiche e valutazione". Un ringraziamento va alle autrici e agli autori: Ilaria Salvadori, Simonetta Leonardi, Elisabetta Nanni, Giacomo Guaraldi, Elisabetta Genovese. Grazie anche a Pierfranco Ravotto, a Valerio Eletti e tutta la comunità di Bricks per l'aiuto ricevuto.