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domenica 9 febbraio 2014

Fotografie per scoprire quello che non sappiamo

"La strada per far emergere il significato del segno fotografico sono due e fra loro opposte. la prima è quella di intervenire sull'autonomia del mezzo fino a spegnerla, piegandola quanto più è possibile alla volontà del soggetto; [...] l'altra è quella di interpretare la foto come un segno appartenente a un linguaggio solo in parte riducibile all'uomo, un segno che è sintomo, un segno che funziona da spia di un rimosso che invece di essere individuale è collettivo. [...] Attraverso essa traspare la parte in ombra, quella che viene rimossa; la fotografia è realmente tale se ci aiuta a scoprire quello che non sappiamo invece che a confermarci in quello che già conosciamo" (Franco Vaccari, Fotografia e inconscio tecnologico, Einaudi, Torino 2011, pp. 15-16).

Occupandomi di multimedialità in una prospettiva didattica, ho sempre il timore di pensare alle immagini in una forma riduttiva, solo come spiegazione e illustrazione. Mi piacerebbe riuscire a pensare alle immagini, anche in chiave didattica, come modo per fare ricerca, come strumento euristico...   

domenica 14 luglio 2013

Riletture estive. Sontag, Sulla fotografia

Susan Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, Einaudi 2004 (ed. or. 1973)
Le immagini digitali e la virtualità del web non esistevano ai tempi della stesura del saggio della Sontag: un lavoro interessante potrebbe essere quello di cogliere linee di continuità/discontinuità con le immagini digitali. L’impressione è che la dimensione digitale abbia solo accentuato e compiuto processi già in atto.
1. Centralità (non necessariamente positiva) delle immagini 
«una società diventa «moderna» quando una delle sue attività principali consiste nel produrre e consumare immagini, quando le immagini, che hanno capacità straordinarie di determinare le nostre rivendicazioni sulla realtà e sono a loro volta ambiti surrogati di esperienze dirette, diventano indispensabili al buon andamento dell’economia, alla stabilità del sistema e al perseguimento della felicità personale» (p. 131), le immagini, sia pure a vario titolo, non costituiscono semplici rappresentazioni: «i concetti di realtà e di immagine sono complementari. Quando cambia l’uno cambia anche l’altro» (p. 138)
2. Ambiguità della fotografia
Le fotografie da un lato sembrano avere un accesso privilegiato alla realtà, dall'altro ne costituiscono una interpretazione: «Ciò che si scrive su una persona o su un evento è chiaramente un’interpretazione, come lo sono i rendiconti visivi fatti a mano, quali la pittura e il disegno. Le immagini fotografiche invece non sembrano tanto rendiconti del mondo, ma pezzi di esso, miniature di realtà che chiunque può produrre e acquisire» (p. 4) ma in effetti « le fotografie sono un’interpretazione del mondo esattamente quanto i quadri e i disegni» (p.6). 
3. Le fotografie valutano
Le fotografie valutano: «le fotografie non attestano soltanto ciò che c’è, ma ciò che un individuo ci vede, che non sono soltanto un documento, ma una valutazione del mondo» (p. 77) e non si tratta di una valutazione neutra. Esprime insoddisfazione  «Nel passato l’insoddisfazione per la realtà si esprimeva come come aspirazione a un altro mondo. Nella società moderna si esprime vigorosamente e ossessivamente come aspirazione a riprodurre questo» (p. 71), possesso come nel caso del ritratto, aggressività  («L’aggressione è implicita in ogni uso della macchina fotografica» p. 7). 
4. Il ritratto fotografico
Lo dimostra il ritratto fotografico:  «una fotografia non è soltanto una raffigurazione del suo soggetto, un omaggio ad esso. Ne è parte integrante, ne è un prolungamento, ed è un potente mezzo per acquisirlo, per assicurarsene il controllo. […] abbiamo in una fotografia il possesso per sostituzione di una persona o di una cosa cara» (p.  133).
5. Fotografia e didascalia
Proprio per il fatto di essere immagine la fotografia richiede spiegazioni e in ciò sta anche il fascino: «È proprio il mutismo di ciò che è in esse, ipoteticamente, comprensibile che rende le fotografie affascinanti e stimolanti» (p. 23). Del resto l’uso di didascalie non esaurisce quanto l’immagine può esprimere:  «In effetti le parole parlano più forte delle immagini. Le didascalie tendono a sovrapporsi alla testimonianza dei nostri occhi, ma non esiste didascalia che possa limitare o fissare permanentemente il significato di un’immagine» (p. 95). 
[La macchina come strumento che determina la foto (p. 107), fotografia e omologazione (p. 107), primato della fotografia sulle immagini dinamiche (p. 17)]

domenica 17 febbraio 2013

Fotografare secondo Giacomelli

Mario Giacomelli è un fotografo sin troppo noto per dover essere presentato. Me lo ricordo a Senigallia con una gran massa di cappelli bianchi nella tipografia. Ho ritrovato una sua frase in cui mette in parallelo scrittura e fotografia: un bel suggerimento per chi insegna...

"In fondo, fotografare è come scrivere: il paesaggio è pieno di segni, di simboli, di ferite, di cose nascoste. E' un linguaggio sconosciuto che si comincia a leggere, a conoscere nel momento in cui si comincia ad amarlo, a fotografarlo. Così il segno viene ad essere voce: chiarisce  a me certe cose, per altri invece rimane una macchia"
(Mario Giacomelli, Storie di terra, CittàStudi, Milano 1992, p. 68)  

domenica 12 agosto 2012

Tra avatar e ritratti fotografici


Leggevo qualche giorno fa uno scritto di Pier Cesare Rivoltella sulle diverse tipologie di immagini utilizzate per realizzare il profilo in Facebook. Nella scelta dell’immagine che ci rappresenta due sono le possibili contrapposte strategie: la prima è la “identity performance, che colloca l’autore al centro della pagina e insiste sui contenuti della pagina stessa come legati all’esperienza e alle competenze dell’autore”: prevale la logica di riconoscibilità  e visibilità. La seconda è la “identity erasure, che gioca invece sul mascheramento, sull’identificazione del proprio volto attraverso la sua sostituzione o negazione“(Pier Cesare Rivoltella, Il volto “sociale” di Facebook. Rappresentazione e costruzione identitaria nella società estroflessa, in Vinci D. (a cura), Il volto nel pensiero contemporaneo,  Il pozzo di Giacobbe, Trapani  2010, p. 514, reperibile on line all’indirizzo http://it.scribd.com/doc/87546192/Il-volto-sociale-di-Facebook). Nel caso della prima strategia si tratta comunque di un ritratto e di un ritratto realizzato con una macchina fotografica digitale. Questo apre ulteriori prospettive di indagine. Roland Barthes - che avrebbe apprezzato, viste le sue affermazioni sulla Polaroid, la fotografia digitale - ricorda la sua esperienza di soggetto fotografato: “Molto spesso però (troppo per i miei gusti) sono stato fotografato sapendo che lo ero. Orbene, non appena io mi sento guardato dall’obiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di «posa», mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagine” (Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino 2003, p. 12). E da qui seguono le molteplici identità presenti nella medesima immagine: “Davanti all’obiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede che io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”  (p. 15). 

domenica 28 agosto 2011

Un limite ed un rischio dell'immagine (fotografica)

“Malgrado l’educazione estetica che abbiamo ricevuto, il nostro rapporto con la fotografia è più grossolano e affonda nell’indistinto dell’esperienza: tende a privilegiare come valore il contenuto, di più, inclina a confondere l’oggetto e la sua rappresentazione, scivolando inavvertitamente nella mentalità magica del cacciatore paleolitico. La fotografia ci fa regredire a uno stadio in cui l’immagine si sottrae al controllo del pensiero razionale”

Bollati, Giulio, Note su fotografia e storia, in Carlo Bertelli e Giulio Bollati, Storia d’Italia. Annali 2. L’immagine fotografica 1845-1945. Tomo primo, Einaudi, Torino 1979, p. 8.