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domenica 10 febbraio 2013

Gioco e intercultura


Sto raccogliendo tutto quanto ho letto su gioco e intercultura… ho riletto velocemente il libro di Davide Zoletto, Il gioco duro dell’integrazione. L’intercultura sui campi da gioco, Cortina, Milano 2010.
Interessante la tesi: il gioco, in particolare quello sportivo, può essere ambivalente. Può servire tanto a rafforzare identità nazionali o approcci solo multiculturali o a promuovere aperture interculturali: «Giochi e sport sono spesso serviti […] per veicolare i valori, i comportamenti e le abitudini dei gruppi sociali e culturali più forti in un dato contesto. Sono serviti a cementare appartenenze culturali e nazionali, volte anche appartenenze rigide. L’ipotesi del libro è che oggi possano invece aiutarci a sfumare  certi confini culturali che percepiamo come troppo netti, a evidenziare i cambiamenti in atto nelle nostre culture di ogni giorno, a costruire spazi condivisi dove sia possibile sentire esperienze comuni, al di là delle diverse provenienze e dei pregiudizi reciproci» (p. 10). Lo scarto tra multiculturalità e interculturalità dal punto di vista dei giochi è netta: «A un multiculturalismo dei giochi potremmo provare a sostituire un’intercultura che parta dai giochi. Il multiculturalismo dei giochi cerca di estrapolare dai giochi intesi come strutture di regole rigide una serie di caratteristiche culturali altrettanto rigide. Un’intercultura  che parte dai giochi guarda invece ai giochi come a strutture che vengono giocate in contesti storici e sociali sempre diversi da individui e gruppi che hanno vissuti culturali altrettanto diversi e personali» (p. 67- 68). Il punto è partire dalle persone non dalle culture: “non sono le culture che giocano a cricket: sono le persone” (p. 70) anche perché giustamente “i valori non possono essere inculcati a parole. Possono essere accettati o rifiutati solo se vengono testimoniati, sperimentati quotidianamente” (p. 140).

domenica 29 aprile 2012

Per M.N. Due albi illustrati per l’intercultura



Vista la condivisa passione per gli albi illustrati, segnalo gli ultimi due che ho avuto modo di leggere/vedere e che sono accomunati dal fatto di poter essere usati per un percorso dedicato all’intercultura. Il primo – che, a mia vergogna, ho letto solo ora, è piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni (Babalibri, Milano 2011, ma l’originale è del 1959): una metafora visiva (per quanto sia presente il testo scritto, le immagini non hanno una funzione didascalica…) su come l’entrare in relazione crei qualcosa di nuovo e modifichi l’identità di chi si incontra. Il secondo, L’approdo di Shaun Tan (Elliot, Roma 2011), è il migliore esempio che mi sia capitato di incontrare di come sia possibile narrare, esprimendo in maniera assolutamente dettagliata una lunga serie di emozioni e di  situazioni, utilizzando solo ed esclusivamente immagini. La storia, dall’esito felice, è quella di un migrante che, alla fine, si ricongiunge alla sua famiglia.       

lunedì 12 dicembre 2011

Empatie digitali

Per le studentesse e gli studenti del laboratorio di metodologia del gioco e dell'animazione
Anche questo è un post "di servizio", da riscrivere con maggiore accuratezza in futuro. Vi ricordo solo sommariamente quanto fatto a lezione e vi indico l'indirizzo che mi avevate richiesto.
Dopo avere realizzato autoritratti tanto in forma tradizionale quanto con strumenti digitali penso sia abbastanza chiaro come, per quanto abbiamo di esperimere la nostra identità tramite immagini, non ci sono immagini che ci soddisfino pienamente. Continuiamo però a relazionarci agli altri guardandoli in volto e traendo dal loro volto informazioni indispensabili. Per quanto l'empatia (e ho provato sia pure in modo approssimativo a spiegarvi cos'è) sia una modalità criticabile, rimane una risorsa ampiamente utilizzata. Da qui la mia proposta (riprendendo attività proposte da Staccioli in relazione alla ludobiografia): vi ho portato la riproduzione di vecchi ritratti di uomini, donne, bambini risalenti per lo più all'inizio del secolo scorso e vi ho chiesto di immedesimarvi empaticamente in quei volti e di scrivere una storia o di formulare una o più frasi in prima persona, come se vi foste completamente calati nella persona il cui ritratto fotografico sta davanti a voi. Abbiamo nel dopogioco raccolto e discusso i frutti di quanto fatto: la richiesta ulteriore è di documentare (magari riflettendo ancora) quanto abbiamo realizzato. Come concordato vi chiedo di inserire i vostri racconti/frasi come commenti ai ritratti che ho pubblicato on line su Flickr (sono ovviamente gli stessi, ritrovarli non dovrebbe essere difficile). Nel prossimo incontro riprenderemo il discorso...
Questo è l'indirizzo:

lunedì 26 settembre 2011

Empatia e social network

Laura Boella, Empatia, forza preziosa per una società a rischio, in «Vita e Pensiero», XCIV, 2001, n. 4, pp. 119-127

Articolo breve ma interessante: partendo da una definizione dell’empatia - “dispositivo psicologico, arrivato a pieno sviluppo nell’epoca contemporanea, ove dominano l’individualismo e una concezione sofisticata del sé, per rinnovare legami e vincoli partecipativi ogni volta che la specie umana dimentica che l’energia serve per comunicare ma, se la si usa a fini di accumulazione e di sfruttamento, essa distrugge le basi stesse della comunicazione della partecipazione” (p.120) – Boella instaura un legame, che sarebbe da indagare ulteriormente, con i social network: “C’è un altro fenomeno contemporaneo che mette all’ordine del giorno l’empatia: l’estensione ormai planetaria della rete e la conseguente condivisione di informazioni e di spazi sociali come YouTube, Wikipedia, Facebook, Twitter” (p. 122). L’ulteriore sviluppo è dato dalla dimensione educativa: “la scienza dell’empatia ci fa capire quanto sia grave la mancanza quasi completa di un’educazione all’empatia, in famiglia e nelle scuole, così come la sua ignoranza nei campi oggi più a rischio: l’economia e la politica, dove, nella migliore delle ipotesi, viene considerata un supplemento d’anima di cui sono specialiste le donne multitasking, peraltro scarsamente rappresentate” (p. 126).
Pur tenendo ben presenti le obiezioni presentate all’empatia (si veda ad esempio quanto ha scritto Flavia Monceri), una prospettiva da sviluppare potrebbe essere quella di creare esercizi per educare all’empatia, ricorrendo magari in chiave ludica (le ludobiografie?), a risorse digitali e ai social networking e in una dimensione interculturale…

lunedì 23 maggio 2011

Gianfranco Staccioli/Ludobiografia seconda parte

Gianfranco Staccioli, Ludobiografia: raccontare e raccontarsi con il gioco, Carocci, Roma 2010

Appunti di lettura – seconda parte: i giochi

Offrire un quadro dei tanti ed interessanti giochi proposti è decisamente un compito arduo. Segnalo, sulla base di una griglia personale, quelli che potrebbero essere sviluppati in una dimensione digitale.

1. giochi con le parole
L’idea di fondo è data dal fatto che giocare con il nome costituisca un tratto proprio della ludobiografia. Sono proposti Gli acrostici (tautogrammato, economico, dei sogni, delle vacanze) (pp. 44-45), I logogrifi (pp.46-47), Nomi in rima (p. 47), A bigliettini (pp. 47). Fortissimo è ovviamente il legame con i giochi di parole in generale (altri spunti possono venire dai Draghi Locopei della Zamponi, che propone giochi usando nome e cognome). La dimensione narrativa e autobiografica è del tutto embrionale: ho avuto però esperienza di come l’anagramma del proprio nome e cognome possa diventare una descrizione di sé. L’utilizzo di un blog può essere uno strumento efficace per pubblicare e condividere i lavori.

2. giochi con gli oggetti
Che cosa porto con me (p. 69): il gioco riprende la classica domanda su cosa porteresti su un’isola deserta. Interessante la proposta di gestirlo in gruppi e dando un limite agli oggetti. Potrebbe essere usato con la variante cosa portare in classe, o cosa portare in università.

3. giochi con le immagini
In relazione alle immagini sono rilevanti le premesse teoriche presentate: a) le immagini che ci ritraggono sono sempre in qualche modo ambigue, incomplete "non siamo noi, siamo qualcosa di noi" (p. 91), “L’immagine della realtà non corrisponde alla realtà” (p. 92) (interessanti le note sul rapporto tra fotografia e identità); b) “Chi fa un ritratto, e ancor più chi si fa un autoritratto, costruisce un dialogo fra sé e l’immagine” (p. 92) (potrebbero essere riprese alcune osservazioni di Saramago); c. la dimensione ludica: “Il gioco e il divertimento che si possono provare nel rappresentare con le immagini […] non sono in contrasto con l’esigenza di “dare forma” a ciò che si vien facendo” (p. 93).
Il gioco Le cornici (p. 74) parte dall’idea che “vedere è scegliere, vedere è scartare, vedere è selezionare, vedere è interpretare” (p. 72) e consiste nell’uso di una cornice in cartone per delimitare parte di ciò che vediamo. Potrebbe essere trasposto al digitale utilizzando il comando area di Flickr. La dimensione narrativa, solo in nuce se limitata all’individuazione di un titolo e di una didascalia, potrebbe essere implementata riprendendo il suggerimento di Munari in Codice Ovvio.

4. giochi narrativi con le immagini
Se-dici carte (p. 50): bel gioco sia perché le immagini/carte sono realizzate dai giocatori sia perché la dimensione narrativa è ben espressa. Mi ricorda il Calvino de Il castello dei destini incrociati.
Le colonne percettive di Daniela Orbetti (pp.106-107): anche questo è un bel gioco, decisamente più creativo implicando la realizzazione di disegni che rappresentino una emozione/evento.
In entrambi i casi si potrebbe pensare ad un trasposizione con Flickr.
Autoritratti (p. 100): alla luce dell’osservazione che più una fedele riproduzione l’autoritratto è una interpretazione - legata anche alla dimensione creativa e artistica - vengono proposte una serie di tecniche con cui realizzare un autoritratto. La dimensione digitale potrebbe essere aggiunta dalla creazione di un avatar utilizzando gli appositi siti on line e proponendone l’uso all’interno di social network.

5. giochi narrativi con i suoni
Un suono in testa (p. 82): idea interessante. Scegliere un suono, riprodurlo, farlo indovinare, spiegare la scelta… Ho in mente la trasposizione digitale utilizzando i sound effects disponibili gratuitamente on line.

6. giochi narrativi di tipo empatico (prospettiva interculturale)
Un aspetto/uso che andrebbe valorizzato nelle proposte di Staccioli è quello legato alla dimensione empatica/interculturale. Interessante Come se… , che consiste nel raccontare [scrivendo] un’esperienza personale abbandonando il proprio punto di vista mettendosi nella testa e negli occhi altrui: “L’evento viene narrato con gli occhi di un altro o con gli occhi dell’oggetto che è protagonista del racconto ” (p. 61). L’esempio presentato è relativo alla visita da parte di bambini di una fattoria: un uso in contesto adulto sarebbe da provare.

7. giochi narrativi di tipo empatico basati sulle immagini (prospettiva interculturale)
Le proposte più convincenti mi sembrano quelle che legano narrazione, immagine ed interculturalità. Primo gioco da segnalare è Foto e narrazioni (p. 113-114), che utilizza fotografie, possibilmente primi piani, per realizzare narrazioni: “L’elemento importante è che questa scrittura dovrà essere fatta “come se” il personaggio ritratto parlasse in prima persona” (pp. 113-114). Molto simile Primi piani (p. 97). Anche Storie in cartolina (pp.114-115) segue il medesimo criterio sostituendo alle fotografie delle cartoline: “Raccontare una cartolina non è solo descrivere ciò che si vede, ma è, allo stesso tempo, entrare dalla finestra del tempo e mescolarsi con la gente di allora, prendendo parte ai movimenti vitali che attraversavano quelle persone che sono presenti nell’immagine” (p. 114). Molto simile Carto-linee (p. 96). La dimensione empatica/interculturale potrebbe essere accresciuta utilizzando foto/cartoline di altre epoche e culture: potrebbe essere proficuo per lavorare sugli stereotipi (sto pensando alle tante foto “coloniali” del regime fascista). Il tutto potrebbe essere riproposto su base digitale.

martedì 19 ottobre 2010

Xeniteia

Nelle mie letture in tema di intercultura mi sono imbattuto in una bellissima operetta di Michel de Certeau, autore che conoscevo ma di cui non avevo ancora letto Mai senza l’altro (Edizioni Qiquajon. Comunità di Bose, Magnano (BI) 2007). Stavo cercando materiali sul tema dell’empatia e del decentramento e non pensavo che questo potesse essere un tema su cui trovare riflessioni recenti così belle all’interno del cristianesimo nella cui tradizione la figura biblica dello straniero meriterebbe forse una riflessione rinnovata. De Certeau ricorda la nozione biblica di xeniteia, di sradicamento: “questo movimento […] consiste nel partire per altrove, come Abramo, “senza sapere dove” (Eb 11, 8), per udire in terra sconosciuta la parola umana di Dio, oppure nello sperare da altrove il suo volto d’uomo in una storia sorprendente” (p. 15). In tal senso il monaco non fugge dal mondo, ma si rende estraneo “ad una terra arredata già di segni cristiani” per partire verso “una terra che ne era ancora sprovvista” (p. 112). C’è qualcosa di affascinante, in questi tempi in cui si cerca il radicamento in comunità locali sin troppo fiere della loro identità, nel voler farsi estranei, nel divenire volontariamente stranieri.

lunedì 16 agosto 2010

Jullien, intercultura e silenzio

Dall'ultima opera di Jullien tradotta in italiano (F. Jullien, L'universale e il comune. Il dialogo tra culture, Laterza, Roma-Bari 2010) ho tratto una serie di spunti in tema di pedagogia e didattica interculturale (la dialettica tra emancipazione ed integrazione - pp. 115-116-, l'importnaza della dimensione operativa e pratica - p.128 -, il fatto che l'appartenza ad una cultura non può essere passiva - pp. 155-156 -, i rischi della rivendicazione dell'identità, - p. 165 -, ...).
Al di là di un utilizzo "professionale", mi ha colpito un passaggio:
"possiamo benissimo parlare tutto il giorno e persino tutta la vita "senza aver mai parlato" [...] è possibile mantenerci in un'intimità reciproca, partecipi l'uno dell'altro attraverso una parola ininterrotta ma, in effetti, senza mai esserci "detti" niente - senza che si sia mai manifestato il desiderio di produrre un "senso", senza che, niente, alla fine della giornata, valga la pena di essere consideratro un "enunciato"[...]" (p. 144).
Dedicato, ovviamente e con grande affetto, a coloro che sono capaci di parlare ore senza dire nulla...

lunedì 2 agosto 2010

Il sito REPI è finalmente on line!

Dopo alcuni mesi di gestazione, il sito del Dottorato in relazioni e processi interculturali è finalmente on line!

Questo è l'indirizzo:
http://serviziweb.unimol.it/pls/unimol/consultazione.mostra_pagina?id_pagina=8351

Sarà presto aggiornato con il nuovo bando: buona visione!